Estate: tempo di nuove scopertine/coperte

 

Di Cristina Vonzun



 

Cosa si può descrivere dell’estate appena trascorsa, se non che tanti giovani l’hanno passata in piscina, al mare, in vacanza … e anche andando alla scopertine/coperta di sé, degli altri e di Dio. Lo hanno fatto vivendo esperienze spirituali forti oppure impegnandosi in esperienze diverse di servizio. In queste pagine abbiamo raccolto le loro testimonianze, nelle quali si sentirà l’aria del cambiamento, del passo in più compiuto  verso una maggior maturità. Alcuni di questi giovani sono stati l’anno scorso, al grande raduno della Giornata mondiale della gioventù a Tor Vergata e da lì hanno sentito il desiderio di approfittare delle loro vacanze per approfondire la fede, per vivere dedicando tempo, gratuitamente, agli altri.   L’Esperienza a cui abbiamo voluto dedicare più spazio è stato il cammino da Astorga a Santiago de Compostela, 260 km in 10 giorni sull’antica via del “Cammino di San Giacomo”. Lo ha percorso un gruppo composto prevalentemente da giovani, non tutti credenti, che sacco in spalla e scarponi ai piedi, guidato da 4 sacerdoti: don Marco Dania, assistente diocesano di Pastorale Giovanile, don Massimo Gaia, don Jean-Luc Farine e don Italo Molinaro, si è immedesimato nella vita dei pellegrini del Medio Evo. Una di loro ci ha trasmesso il diario di quei giorni, che passa impunemente dall’uso del passato all’uso del presente. Lo abbiamo lasciato così,  in quell’alternarsi di memoria e istante che caratterizza, da sempre, il grande mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo.

 

 

Il cammino di Santiago...

 

Non era altro che un bel sogno fino a pochi giorni fa. Ne parlavo a chiunque, ricolma di speranze e desideri. Non partivo per andare sulle reliquie di San Giacomo, non fa per me questo genere di religiosità. Non partivo neppure per una gita turistica, né tanto meno per una settimana di sopravvivenza.

 

Fin da subito si percepisce lo spirito frizzante del gruppo. Veniamo da realtà differenti, abbiamo varie età, con alcuni nemmeno ci conosciamo. In aereo, lasciata la nostra bella Svizzera, sorvoliamo enormi distese di campi, chiazzate qua e là da cittadine e agglomerati urbani; passando sopra alla Francia giungiamo in Spagna. Grande fremito a Bilbao in attesa degli zaini, fortunatamente nessun disperso! A bordo di un bus ci dirigiamo verso Astorga. Attraverso il finestrino vediamo scorrere campi appena mietuti, parate di girasoli, terra riarsa dal sole, rossa e sassosa, pochi centri abitati. Scorgiamo un tratto della via franchigena: il sentiero in terra battuta si srotola per numerosi chilometri su di un terreno quasi desertico; per coloro che lo percorrono sarà un enorme stupore trovarsi in Galizia, tra pascoli e boschi rigogliosi. I primi giorni di marcia attraverseremo il Leòn, terra povera; sarà significativo baciare il ceppo che segnala l’inizio del territorio Gallego.

 

 

L’incontro con altri pellegrini.

 

Ad Astorga incontriamo i primi pellegrini. Alcuni giungono all’ostello dopo di noi, tutti doloranti, i piedi massacrati dalle fiacche, lo zaino pesante sulle spalle scottate dal sole e non trovano più posto... Ci domandiamo se anche noi saremo come loro e forse solo loro, dopo tutte quelle fatiche riescono a capire la poesia appesa sulla porta, scritta da un pellegrino di nome Manuel:

No tengo dolores!

He llegado!

esas campanas...

esas campanas

ese aroma magico...

es Santiago!

pena y alegria

en el alma mia.

Estoy en Santiago!

No... es solo un sueno

otro delirio de pelegrino cansado

estas en Astorga

con torres, campanas

y también algo magico.

Despierta y camina

te éspera... Santiago.

 

 

I nostri piedi camminano nella storia.

 

Quanto a noi... beh, l’avremmo compresa già il giorno seguente, quando la strada si sarebbe distesa come un nastro d’argilla sotto i nostri scarponi.

Eppure non c’era solo la fatica fisica: intensa era la vita in comune e la vita interiore. Fra le sei tappe quella che le riassume tutte è senz’altro la più temuta e la più appassionante: quella dei 39 chilometri. Al solo sentirla nominare, acciaccati com’eravamo, sorgevano in noi numerosi dubbi...

Ciascuno di noi, in un momento o in un altro ha fatto esperienza del proprio limite, ha dovuto mettere a tacere il proprio orgoglio e ricevere una lezione di umiltà. Lo ha testimoniato con forza Ivo, forestale, guida alpina, abituato a camminare e fare grandi fatiche, che a causa di un’infiammazione ha dovuto fare due tappe in taxi. Pian piano ci siamo fatti tutti più mansueti e abbiamo imparato a lasciarci amare, quindi a caricare lo zaino quando c’era la possibilità, a camminare a braccetto o per mano ad un amico, a sfoggiare la ginocchiera inestetica, ma efficace.

Ancora immersi nella notte, lasciamo la suggestiva cittadina di Portomarìn, con la sua chiesa-fortezza romanica ritorniamo sulla via del Cammino, segnalata dalle frecce gialle e dai cippi con incisa la conchiglia. Una conchiglia semplicemente perché i pellegrini medievali giungevano fino a Finisterre e ne raccoglievano una, a testimonianza del cammino compiuto. Là credevano che il mondo finisse e sognavano, come diceva la tradizione, di trovare l’isola dell’eterna giovinezza. Noi fin là non ci siamo spinti, abbiamo preferito limitarci al pellegrinaggio religioso, che ha per capolinea Santiago.

Quella notte ho percepito con chiarezza di far parte di una storia che mi precede, la storia di un popolo in cammino. Non vedevo dove mettevo i piedi, mi limitavo a seguire da vicino quei piedi che mi precedevano. Tante volte non importa capire fino in fondo dove stai andando. Basta essere certi che quello davanti che ha la luce vada nella direzione giusta e riporre in lui la nostra fiducia. Passo dopo passo ti accorgi di andare lontano. Facevo fatica a tenere il passo, eppure il desiderio di non rimanere indietro e la forza del gruppo, mi spingevano in avanti, mi sentivo sostenuta e protetta. Ad un certo punto avevamo tutti il medesimo passo, un solo respiro. Alcune volte mi balenava in testa il pensiero “Basta, mo’ mi siedo qui e non mi muovo più!”. Invece continuavo.

Lo stesso capita nella vita di tutti i giorni. Ti sembra di non farcela più, vorresti avere in mano tutto il cammino e calibrare le tue forze, sapere in anteprima come andrà a finire... Invece non possiedi nulla, se non il prossimo passo. Allora ti concentri su quello, lo gusti e lo soffri, finché arrivi alla consolazione... È affascinante camminare nelle prime ore del giorno. Gli uccelli cinguettano, l’acqua scivola sulle foglie e la terra esala i suoi odori e i suoi profumi. Attraversiamo pinete, querceti, piantagioni di eucaliptus. Quel che non vedi nella penombra del mattino o nella nebbia, lo intuisci col naso, con la pelle. Il corpo assorbe avido l’ambiente che lo accoglie. È bello sentirsi vivi! Sentire la vita che ti pulsa dentro! Nella fatica ti accorgi di avere un corpo dalle grandi risorse e tuttavia tanto delicato: un’opera d’arte! Singolare poi prendere coscienza che ti occorre stancare il fisico per riposare la mente. I piedi viaggiano sulla strada e portano a spasso la mente, questa esplora il cuore, finalmente lo ascolta e pian piano i due si preparano ad un incontro...

In quaranta chilometri ne passano di pensieri per la testa! Passa il presente, il passato, il futuro, speranze, paure, ricordi, emozioni. Quasi per caso ti avvicini ad un compagno o ad una compagna di cammino e ci si svela a vicenda.

 

 

Imparare a condividere.

 

Ho visto tanti gesti d’amore, ho sentito tante parole belle. Eppure il cammino non solo ti porta alla contemplazione dell’Amore e del Creato, ma anche all’allegria e alla spensieratezza: aneddoti, barzellette, battute, risate... e tante canzoni. Non eravamo certo diversi dai pellegrini medievali, che, pur devoti che fossero, non disdegnavano di cantare le canzoni delle loro terre, alcune delle quali anche un po’ “libertine”... Il ritmo viene segnato anche dal bastone, che diventa amico inseparabile. Ho così compreso il versetto dei salmi in  cui si dice “il Signore è mio vincastro”. Quando, ho visto i pastori richiamare il bestiame oppure il contadino che ti riempie la borraccia quando soffri la sete, ho avvertito la Parola compiere un pellegrinaggio: dalla memoria, alla vita concreta, al cuore.

Alcuni pellegrini si sono già accodati davanti all’ostello in attesa di un posto per dormire. Noi abbiamo deciso di proseguire fino a Melide dove Ivo, Bruno e in un secondo momento Sarah, Claudia e Maria ci avrebbero preceduto e si sarebbero preoccupati della nostra sistemazione. Non è certo casuale questo termine perché abbiamo sperimentato un po’ di tutto. Cosa ci attendeva? Il letto a tre piani di Astorga; l’ostello rustico e il garage di Rabanal del Camino; il seminterrato di Ponferrada; la tendopoli di Villafranca; il polidesportivo di Sarria e di Arca; la casetta dello scheletro di Portomarin; o... la stalla celtica del Cebreiro? Quest’ultima è stata l’esperienza più tragicomica della nostra avventura. Eravamo giunti in cima al monte piuttosto malconci, chi zoppicante, chi febbricitante, chi spossato. Non desideravamo altro che un letto. Giriamo per il paesucolo, “ma non c’era posto per loro il quell’albergo” e proprio come Maria e Giuseppe ci siamo trovati in una stalla.

 

 

Meditando la lettera agli Ebrei.

 

Ogni giorno abbiamo letto e approfondito, grazie all’aiuto di don Italo, un estratto della lettera agli Ebrei, scritta ad una comunità di cristiani di duemila anni fa, eppure tremendamente attuale. Secondo la modalità della lectio divina abbiamo potuto riflettere e confrontarci sul messaggio forte e talvolta sconvolgente della lettera. Essa ci richiamava a riporre tutta la nostra fiducia in Cristo, la cui Parola è potente e salvifica. Fin dall’antichità l’uomo ha tentato di salvarsi da solo, con le proprie pratiche religiose e con le proprie energie e risorse, ed era grande la distanza fra Dio e il suo popolo. Quando ecco che dopo tutti i profeti, Dio stesso si fa carne e viene a condividere con noi la nostra condizione umana: non si vergogna di chiamarci fratelli. Una notizia che rivoluziona la nostra vita, proprio nel momento in cui riscatta l’uomo, lo nobilita e dà una senso alla sua vita.

Scrivo queste parole di getto, secondo quanto mi ricordo e mi sembra di aver compreso... ma mi rendo conto che è ancora lungo il cammino prima che io possa farle veramente mie! Per ciascuno di noi queste parole hanno aperto tante piste da percorrere e da approfondire, tante domande e tanti desideri sono maturati nel cuore e come diceva Michela: “Non sono arrivata, piuttosto ricomincio...”.

Come questo di Michela, ci sono stati altri interventi, sempre più numerosi nella misura in cui il rapporto di amicizia e fiducia cresceva. Ognuno ha potuto testimoniare la propria esperienza di fede ed esprimere le proprie domande, arricchendo il quadro che pian piano si andava costruendo.

 

 

La discesa verso Santiago.

 

Ogni giornata merita più pagine. immaginiamo che pagina dopo pagina giungiamo infine alla cima del Monte Gozo, ultima tappa e iniziamo la discesa verso Santiago. Non c’è più tempo per le distrazioni, ci uniamo tutti nel canto di giubilo. Era come un trionfo! Mi doleva il ginocchio ma c’era Giorgio a sostenermi mentre faticavo a camminare in discesa.

Entrando in Santiago cantiamo: “Quale gioia quando mi dissero andremo alla casa del Signore!”. Era proprio così! Non andavamo ad abbracciare una statua o a mettere la mano sulla colonna di San Giacomo. No, noi avevamo preparato il nostro cuore ad un incontro spirituale, che per ciascuno è avvenuto in un momento diverso ed in quel momento ne stava esultando. Attraversiamo la città sotto gli occhi curiosi della gente, alcuni turisti addirittura ci filmano. Passiamo sotto un arco e ci accoglie la zampogna di un suonatore di strada, due uomini vestiti da egiziani ci passano di fronte, gente, tanta gente ovunque. Infine s’innalza maestosa davanti ai nostri occhi la facciata della cattedrale di Santiago: i suoi ampi cancelli aperti per accogliere i pellegrini. Non è stato un pellegrinaggio verso un luogo, verso una tomba. È stato un pellegrinaggio verso Qualcuno, verso la Vita. Sta a ciascuno di noi, ora, non lasciare a Santiago quella Vita che abbiamo condiviso lungo il Cammino, ma conservarla nel cuore e trasformarla in quotidianità nel nostro Ticino”.

 

 

 

Colonie e campi di formazione

 

Un’altra esperienza forte di quest’estate sono stati il campeggio dell’Azione Cattolica a Camperio per ragazzi in età di scuola media fino ai 16 anni e il campo scuola metodologico per animatori svoltosi a Camignolo. A Camperio i ragazzi hanno vissuto due settimane incontrando il personaggio biblico di Giuseppe svolgendo diverse attività, gruppi di interesse, teatro, escursioni in montagna, riflessioni tematiche. Tra i giovani animatori alcuni sono “ex ragazzi” cresciuti dentro questa storia ed ora impegnati con i più piccoli.

 

 

Impegnarsi è bello.

 

“Perché spendere due settimane della mia estate come animatore in un campeggio?. Mah… non saprei, io personalmente mi dico: abbiamo due mesi e mezzo di vacanze, dovremmo proprio andare in vacanza in queste due settimane. Non credo! In ogni caso io ho iniziato il campeggio come ragazzo. Vi ho partecipato per 4 anni, e mi sono divertito a fare quello che volevo …e non capivo perché gli animatori non l’apprezzassero.

Dall’anno scorso sono diventato animatore, un bel passaggio, il cuore rimane ragazzo, ma il comportamento deve diventare più maturo, può sembrare pesante, difficile o noioso, ma non lo è in modo eccessivo, come ogni cambiamento richiede impegno, ma il risultato dà tanta soddisfazione che fa dimenticare la fatica. Nelle due settimane che si vivono in estate al campo, se si vuole, si riesce a far uscire il meglio di se stessi e si torna a casa sentendosi strani, ma uno strano piacevole, ti sembra di vivere uno di quei film da periodo natalizio, in cui come per miracolo tutti diventano più buoni, è una sensazione stupenda, che ti spinge a tornare di anno in anno a vivere il campeggio! Quindi almeno per provare varrebbe la pena di passare due settimane della nostra vita in questa esperienza”. Elia, 19 anni.

 

 

L’animatore: tra fede e metodologia.

 

Se la fede è quello che contraddistingue chi si mette a disposizione per seguire con passione i ragazzi, sia in parrocchia che ai campeggi o alle giornate mondiali, non di meno, qualche nozione di pedagogia non fa male. Così, una ventina di giovani animatori della nostra diocesi e un paio provenienti dalla Valle Poschiavo, hanno condiviso una settimana di campo formativo metodologico per apprendere da esperti, alcuni rudimenti di pedagogia.

Anche gli animatori vanno a scuola.. per apprendere innanzitutto i vari passaggi della vita di un ragazzo che a poco a poco diventa adolescente e le sue varie “crisi”. Queste situazioni le abbiamo già incontrate nei nostri gruppi parrocchiali oppure ai campeggi. Al campo scuola abbiamo imparato a dargli un nome. Abbiamo parlato della crescita dell’adolescente e delle dinamiche di gruppo. Un campo di formazione non esaurisce tutto. Giorno per giorno, settimana per settimana, campeggio dopo campeggio, si fanno nuove esperienze e si scopertine/copre che i ragazzi sono veramente in gamba ed hanno delle qualità che non vanno sciupate, devono essere coltivate e dopo un certo tempo daranno molto frutto. A  noi animatori non resta che saper  cogliere queste occasioni e percorrere assieme con loro questo cammino senza dimenticarci che Gesù è sempre presente in tutti.

Barbara, 20 anni